La 'ndrangheta nel museo «Così diventa il passato»
Dal Corriere del Mezzogiorno - Venerdì 28 Maggio 2010
Reggio Calabria, visita al centro culturale antimafia, di Adelaide Di Nunzio
Reggio Calabria è una città dove la bellezza del paesaggio incrocia l’orrore del crimine. Qui il paradiso e l’inferno convivono, creando un purgatorio di anime in pena. Arrivo nel primo pomeriggio di un giovedì accolta da una temperatura calda. Davanti a me si apre lo Stretto luminoso e blu, poco oltre si intravede l’Etna imperioso. Ho appuntamento con Claudio La Camera dell’associazione «Antigone», cui è affidata la gestione del «Museo della ’ndrangheta» a Croce Valanidi. Claudio è un uomo sulla quarantina, magro, con gli occhi profondi, regista di teatro, da sempre impegnato in progetti sociali, in Calabria come in giro per il mondo. Croce Valanidi, invece, è una frazione di Reggio, una delle aree a più alta percentuale di infiltrazione mafiosa. Qui, in un bene confiscato alla cosca Puntorieri e concesso all’associazione dal Comune di Reggio Calabria, sei mesi fa è nato il Museo
sulla base di un progetto finanziato dall'assessorato provinciale alle Politiche sociali. Perché? «Storicizzare la ’ndrangheta», spiega l’assessore provinciale Attilio Tucci, «rappresenta anche un auspicio che questo fenomeno possa essere collocato finalmente nel passato, con un messaggio di speranza lanciato alle nuove generazioni». Il centro culturale nasce da un’idea dell’antropologo calabrese Luigi Lombardi Satriani, che ha sviluppato il progetto del Museo insieme con il collega Fulvio Librandi.
Entro nel Museo. L’edificio, di architettura un po’kitsch, è una villetta a tre piani, posta, come spesso accade nei territori di mafia, proprio di fronte ad altre abitazioni che appartengono alla famiglia del boss della cosca. In cima alla struttura c’è un piccolo bunker, dalla forma circolare, una vera e propria «torre di controllo» del territorio. Poi i bagni, di cui uno «farcito» di marmi. C’è poi una grande scala a chiocciola che collega i tre piani e diverse stanze che sono state adibite a sale espositive, archivi e laboratori della struttura museale. Intorno alla villa c’è un giardino ancora incolto, in cui i ragazzi del posto hanno piantato il primo albero, come simbolo della rinascita del luogo. Il museo, nella forma e nell’idea, sembra una mosca bianca circondata da mosche nere, che l’osservano con attenzione. Troppa. Le prime intimidazioni sono già arrivate, sotto forma di spari d’arma da fuoco sui vetri. II cartello stradale che indica la strada per il Museo, invece, è stato staccato, messo in un pacco e inviato all’indirizzo
del centro insieme ad una lettera di minacce. «Il Museo», spiega La Camera, «si trova in una delle località più difficili della città, dal punto di vista della infiltrazione delle cosche, ma per fortuna gran parte dei cittadini sono persone per bene e molti giovani di Croce Valanidi collaborano attivamente alle nostre attività». L’obiettivo principale
del progetto è demitizzare la ’ndrangheta, depotenziare i suoi effetti sulla mentalità e sul costume a partire dai giovani. Presupposto fondamentale, però, aggiunge La Camera, «è l’attività di ricerca sul campo, perché della ’ndrangheta si conosce poco e invece occorre ampliare la consapevolezza della gente rispetto a quanti e quali sono i veleni che questa mafia somministra quotidianamente al nostro territorio».
Percorro le stanze dell’edificio e sulle pareti vedo foto di arresti, di omicidi, di boss della ’ndragheta, di manifestanti antimafia e di magistrati. C’è anche un locale più piccolo nelle dimensioni, ma prezioso: è il Centro di documentazione, che «ingrassa» giorno dopo giorno. Custodisce copie dei provvedimenti giudiziari dei grandi processi che si sono celebrati in Calabria negli ultimi trent’anni. Oltre a una fornita biblioteca e una ricca cineteca internazionale di opere sulle mafie, nella sala audio saranno presto disponibili centinaia di intercettazioni. Tutto questo materiale non è solo una «collezione» fruibile dal pubblico, ma fonte di studio per lo stesso comitato scientifico del Museo. Nella stanza ci sono una decina di ragazzi seduti in cerchio con alcuni operatori. Si discute dei crimini, della ricerca degli articoli, delle testimonianze e delle fotografie: sono i ragazzi di Croce Valanidi, quasi tutti ventenni, molti di loro sono studenti universitari. Stanno lavorando alla scrittura della seconda edizione di «A mani libere», un volume realizzato attraverso un progetto che ha coinvolto le scuole di Reggio Calabria e della provincia. Il libro racconterà storie di vittime di mafia, come quella di un ragazzino di quindici anni di Croce Valani-
di che fu ucciso per aver collaborato ad un attentato, fallito tra l’altro, contro un esponente di un clan opposto. Prima di scrivere, studiano i processi, leggono i giornali di cronaca locale, parlano con i familiari e i magistrati. «Le attività del Museo sono rivolte principalmente ai ragazzi», racconta Maria Ficara del comitato scientifico «e fin dall’inizio abbiamo goduto del sostegno della direzione scolastica provinciale. Il progetto pilota prevedeva la collaborazione con tre scuole che rappresentano la difficile realtà di zone ad alta densità mafiosa: la Locride, la Piana di Gioia Tauro e la città di Reggio. Da quest’anno però svolgiamo attività in undici scuole e abbiamo messo su alcuni
progetti con due partner siciliani, la provincia di Messina e il centro "Peppino Impastato" di Palermo».
C’è la collaborazione con le scuole e c’è la rete con i magistrati che operano sul territorio: inquirenti, come Nicola Gratteri, e gli uomini che hanno mandato in carcere Provenzano, il pm Michele Prestipino e il procuratore capo Giuseppe Pignatone. Insieme a loro e alle istituzioni locali il Museo sta costruendo una rete fatta di iniziative quotidiane, per informare e sensibilizzare, ma soprattutto per scardinare quella «mentalità omissiva e sopraffattiva» che soffoca troppe realtà della Calabria.